Pellet di canapa al posto del legno?

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In piena crisi energetica, un sacco di pellet tradizionale è passato dai 5 euro del 2021 a 12-15 euro di ottobre 2022. Un aumento esponenziale che ha permesso di vagliare nuove alternative, decisamente più economiche e sostenibili, come il pellet di canapa.

Si perché la canapa è una risorsa inesauribile di energia pulita. Una pianta annuale che, a differenza di altre colture inquinanti, tra cui il cotone, predilige un uso moderato di risorse idriche e non necessita di pesticidi. Combatte la deforestazione, assorbe enormi quantità di CO2 e depura i terreni contaminati.

Tuttavia, le attività che oggigiorno producono pellet di canapa scarseggiano, sia in Italia che in Europa, stessa cosa per i test e gli studi a riguardo, e le coltivazioni di canapa, anche se è una risorsa che silenziosamente si sta riaffermando, potrebbero non essere sufficienti per coprire e soddisfare le quantità di prodotto necessario.

Pellet di canapa: la nuova frontiera del riscaldamento

Destinare un albero, che ha impiegato anni per crescere, per la produzione di pellet è una mossa crudele, per l’ambiente e per noi stessi. Gli alberi sono vita. Producono ossigeno, sono parte essenziale della catena alimentare, donano rifugio a tanti esseri viventi, ripuliscono l’aria che respiriamo e contrastano il riscaldamento climatico.

Tagliare un albero significa autodistruggersi. Per tali motivi, produrre del pellet di canapa partendo dagli scarti della lavorazione non sarebbe solo possibile, ma necessario. La canapa infatti impiega meno di un anno per completare un ciclo di crescita completo e poter essere impiegata per gli usi più disparati. Dai semi allo stelo, vantando una produzione di fibra da tre a quattro volte per ettaro maggiore rispetto alle altre colture.

Una potenzialità accolta favorevolmente, dai coltivatori e non, che ha permesso l’elaborazione dei primissimi pellet di canapa completamente made in Italy. Ovviamente ancora in fase di sperimentazione, ma che accendono le speranze per un futuro più green.

Le prime produzione di pellet di canapa italiane

Tenendo fede alle nostre tradizioni che, prima della guerra alla droga, facevano dell’Italia la prima produttrice mondiale di canapa da un punto di vista qualitativo e seconda solo alla Russia per quantità, anche nella nostra penisola si è iniziato a produrre pellet di canapa.

Come Marco De Francesco che, grazie agli studi in Riassetto del territorio e tutela del paesaggio all’Università di Padova, lavora alla Coldiretti di Verona e in contemporanea ha deciso di puntare sulla canapa come risorsa in grado di limitare il disastro ambientale.

Di preciso, Marco nel 2017 aveva ottenuto un finanziamento per uno studio che vuole provare a produrre pellet di canapa per le stufe. E come raccontato alla rivista Canapa Industriale: “Ho iniziato questa ricerca pensando che la canapa potesse essere una buona fonte di materiale per creare pellet. Ho quindi acquistato una macchina pellettatrice e con il canapulo di diverse granulometrie di 0,5 micron, 1 millimetro, 2,5 millimetri, e poi 5, 10 e 22 millimetri. Le ho poi testate tutte per produrre pellet”.

Eseguita in un’officina meccanica con una stufa e una pellettatrice acquistate appositamente, la prima fase di ricerca ha testato il pellet appena ricavato, calcolando il tempo impiegato a bruciare, la temperatura dell’aria e dei fumi in uscita.

Marco spiega che: “Il pellet analizzato aveva un’umidità inizialmente bassa intorno all’8% ed ho fatto prove portandola fino al 30%. Al pellet oggi in commercio vengono aggiunti degli additivi che sono: amido di mais, farina e dei coloranti che dovrebbero essere naturali. Ho provato ad inserire questi additivi ma per la canapa non funzionano. La pianta di canapa ha un alto tasso di umidità e produce una sostanza oleosa per cui il materiale è molto collante e fa già molte ceneri di suo: con la farina aumentavano in maniera spropositata”.

Fatte le prime sperimentazioni, “la seconda fase della ricerca, dopo aver individuato un prodotto fattibile, l’ho svolta in un’azienda con una pellettatrice professionale per calcolare con estrema precisione i dati del canapulo e del pellet”.

Marco racconta che i campioni ottenuti, insieme ad altri di riferimento, sono stati analizzati dall’Università di Padova, e “la canapa ha un ottimo potere calorifico, ma i problemi sono il livello di ceneri e soprattutto l’alta presenza di silicio. Nel settore del pellet l’alta presenza di silicio porta a materiali che in gergo tecnico vengono definiti ‘non scivolanti’. Il materiale interrompeva il processo di pressatura del canapulo distruggendo la trafila (lo strumento che fa uscire il pellet del macchinario) che solitamente dura per una produzione di tonnellate, con la canapa lo distruggevo con circa 100 chilogrammi di prodotto”.

E ancora: “Il canapulo ha un ottimo potere calorifico (circa 5 kWh\kg) il contenuto di ceneri si aggira tra il 2,83, e il 3% troppo elevato per rientrare in una categoria di classificazione europea (EnPlus A1 e A2), e la bassa resistenza meccanica non è correggibile con additivi o altre sostanze legnose (fibrose o granulose). Fattibile invece la vendita come prodotto biologico, ma il costo eccessivo non giustifica la qualità. Il costo è nettamente più alto per colpa della manutenzione continua ai macchinari usati per creare il pellet: la presenza di silicio obbliga ad un continuo intervento.

Il miglior prodotto ottenuto è dato da una granulometria che va da 0,5 a 1,5mm di diametro ed un’umidità pari a circa l’8,1% (il primo dato prevedibile, mentre il secondo dato è stato una vera sorpresa, in quanto solitamente la lignina non vetrifica se con umidità inferiore al 12%) proprio per questo ho “sprecato” parecchio tempo ad inserire acqua anziché eliminarla”.

Tuttavia, anche se il successo non è garantito, si potrebbe tentare con varietà di canapa che assorbono meno silicio o che vengono coltivate in terreni che ne sono meno ricchi. Ed essendo la produzione di pellet partendo dalla canapa ancora agli albori, non si esclude la possibilità di trovare soluzioni adeguate. Soluzione figlia di studi, sperimentazioni e inevitabili fallimenti.

Continua la corsa al miglior pellet di canapa

Trovare la formula adeguata per ottenere un pellet di canapa adatto al riscaldamento residenziale, e non solo al mondo industriale, che bilanci costi e qualità, significherebbe accaparrarsi una buona fetta di mercato, specialmente in questo periodo di crisi. 

Opportunità che fa muovere diversi studi in questa direzione. Tra questi, le ricerche alla base del progetto UNIHEMP, nato per approfondire gli utilizzi della biomassa di canapa industriale per la produzione di energia pulita.

Dopo svariate analisi confluite nella pubblicazione di uno studio scientifico sulla rivista TECNICA ITALIANA-Italian Journal of Engineering Science il professor Simone Pedrazzi è arrivato alla conclusione che, almeno per ora, destinare il pellet di canapa per uso residenziale è una visione ancora remota. Ma per quali motivi?

  1. Anche se la coltivazione di canapa sta rifiorendo, il sottoprodotto necessario non è così abbondante come per le altre colture energetiche, ossia altre coltivazioni da cui ricavare biomassa utile per creare energia;
  2. il pellet di canapa è qualitativamente inferiore rispetto a quelli derivanti dal legno vergine;
  3. il canapulo, oltre a generare quantitativi di cenere troppo elevati, fino al 7-8%, è bassofondente. Quindi potrebbe dare problemi di sinterizzazione.

Il professore evidenzia che, dalle analisi, il pellet di canapa è paragonabile a del pellet di tipo B2, quindi un agripellet utilizzabile solo in ambito industriale. Spazi con camere di combustione ottimizzate, raschiatori e soluzioni che permettono di sfruttare combustioni di media o scarsa qualità.

“Ma se prendiamo il pellet di canapa e lo utilizziamo nella stufa di casa – conclude Pedrazzi – potremmo incorrere in qualche problematica, come – appunto – i problemi di sinterizzazione e la necessità di pulizie più frequenti. Sarebbe come utilizzare una benzina di qualità inferiore nell’auto: la macchina deve essere portata più spesso dal meccanico, si deve cambiare più frequentemente il filtro e così via”.

Risultati che si scontrano con quelli ottenuti daAngelo Del Sordo, di Nusco (Avellino). Coltivatore che vuole valorizzare i sottoprodotti della lavorazione e che ha avviato la sua autoproduzione di pellet di canapa.

Pellet di canapa: parte la prima autoproduzione

Angelo Del Sordo ha una un’azienda agricola e agrituristica, “Nonna Rosina”, e tra i prodotti a km zero che imbandiscono la tavola c’è la canapa, che dona un pizzico di brio al menù e che si lavora dal seme per preparare la farina per pasta, pizza, cantucci e dolci.

La canapa è considerata il maiale vegetale, non si butta via niente. E Angelo, inizialmente, trinciava tutti gli scarti della lavorazione e li spargeva nei campi come fertilizzante naturale. Ma a fine 2022, a seguito del caro pellet impiegato per riscaldare le stanze dell’agriturismo, Angelo ha preso i resti della canapa ed ha provato a farne del pellet a costo zero.

Scelta che ha destato ben presto l’attenzione altrui, soprattutto di chi spendeva decisamente troppo per il pellet tradizione, che lo ha portato ad investire in questo nuovo business, ingrandire la propria produzione e, come spiega dettagliatamente a Canapa Industriale, a firmare un contratto per l’acquisto di una nuova linea completa dedicata alla produzione di pellet di canapa, sempre connessa alla propria azienda agricola.

Angelo spiega che il primo passo dopo la mietitura è impiegare la rotopressa, così da formare delle rotoballe con gli scarti di canapa e portarli meccanicamente all’azienda, dove avviene la vera magia. La canapa passa in una cippatrice, in modo da ottenere un prodotto fine da passare successivamente nella pellettatrice. La canapa “cippata”, commenta Angelo, “si scompone in un materiale simile all’ovatta con dei piccoli frammenti legnosi, che consente al pellet di legarsi senza aggiunta di nessun collante”.

Dalle prove condotte è emerso che il pellet di canapa autoprodotto vanta un buon potere calorifico e una bassa umidità ma, come già anticipato dal professor Pedrazzi, ha un residuo di cenere troppo alto che, per essere commercializzato, deve essere al di sotto del 2%.

Nonostante ciò, il signor Angelo tiene a sottolineare che il pellet di canapa non ha l’8% di residuo di cenere ma bensì la metà. Un problema che secondo l’agricoltore si può comunque risolvere miscelandolo con del legno.

Oltre al pellet: perché scegliere la canapa salvaguardia l’ambiente?

Tra le continue emergenze che caratterizzano i nostri tempi, quella ambientale occupa un posto d’onore. L’uomo si è venduto al consumismo sfrenato e inconsapevole, non prestando attenzione agli ingenti danni che ne conseguono. Mettendo a rischio Madre Natura e, di conseguenza, sé stesso. Per fortuna la canapa, anche in questo caso, si rivela un nostro valido alleato.

Assorbe CO2 e ripulisce l’aria

Secondo recenti studi, la canapa può assorbire permanentemente, fissandolo nelle sue fibre, i gas serra contenuti nell’atmosfera. Si stima che circa un acro di cannabis possa acquisire fino a tre tonnellate di carbonio, rimuovendone più di sette dall’atmosfera.

In più, le coltivazioni di canapa immagazzinano quattro volte la CO2 catturata mediamente dagli alberi. Una qualità che porta con sé quando impiegata in edilizia. Infatti, contrariamente a quella tradizionale che incide per il 30-40% sulle emissioni di CO2, l’intera filiera di produzione di canapa e calce è carbon negative, ossia toglie più anidride carbonica dall’ambiente di quanta ne verrebbe immessa lavorandola.

Depura il suolo

La canapa vanta importanti doti di fitorimediazione. Ossia accumula, attraverso il suo apparato radicale, le sostanze inquinanti e i metalli pesanti che infestano i terreni dove viene coltivata.

Una volta assorbite, le sostanze vengono o metabolizzate e trasformate (fitometabolizzazione) o stoccate (fitodeposito) o recuperate (fitoestrazione), senza mai intaccare la parte superiore e più fragile della canapa, permettendone così l’utilizzo in campo industriale.

Limita la deforestazione e l’impiego di risorse fossili

Più che limitare la deforestazione, potrebbe pressoché annullarla. Piuttosto di radere al suolo le foreste, che hanno messo anche secoli per crescere, potremmo utilizzare la canapa per la produzione di ogni bene di consumo.

Dalla canapa, ad esempio, si ottiene una carta qualitativamente superiore rispetto a quella ricavata dagli alberi. Inoltre, la fibra e il legno della canapa sono già di colore bianco e la carta, che non necessita di alcun composto chimico (decisamente dannoso) per essere sbiancata, è già stampabile.

In più, come già abbiamo visto con il pellet, la canapa è una risorsa inesauribile di biomassa. Stessa cosa per la produzione di biocarburanti, che taglierebbe di netto il nostro attaccamento alle risorse fossili, nocivi ed esauribili.

Senza dimenticare la bioplastica di canapa, migliore per caratteristiche e resistenza rispetto a quella tradizionale ma con un particolare: è completamente biodegradabile.