La cannabis potrebbe essere utile nel trattare il COVID-19?

Cannabis Covid 19

La cannabis potrebbe aiutare contro il COVID-19? A domandarselo un team internazionale di ricercatori, che ha dato vita a uno studio con l’obiettivo di scoprire la possibile relazione tra la sostanza e la gestione e la riduzione dei sintomi da Coronavirus.

Le complicanze polmonari legate al COVID-19

Una delle complicanze più gravi legate alla contrazione del COVID-19 è l’ipercitochinemia, una reazione immunitaria anche nota come “tempesta di citochine” che porta a distress respiratorio acuto (ARDS), ossia a un accumulo di liquido nei polmoni  potenzialmente fatale per i pazienti. La condizione nasce quando il sistema immunitario compromesso inizia ad attaccare le cellule sane e non il virus, portando così a febbre, infiammazione, affaticamento, nausea e, nelle forme più gravi, disfunzioni multi-organo.

Non solo durante, ma anche dopo l’infezione polmonare da COVID ci possono essere gravi conseguenze legate a una riduzione cronica della funzionalità respiratoria; tra queste la fibrosi polmonare, per la quale il tessuto perde parzialmente le proprie funzionalità obbligando in molti casi i pazienti a ricorrere all’ossigenoterapia domiciliare. In entrambe le complicanze tra le responsabili sono state identificate le citochine TNFα e IL-6.

La cannabis come risorsa contro ipercitochinemia e fibrosi polmonare

Nella ricerca di nuovi approcci e nuove soluzioni, un team internazionale di ricercatori ha dato vita a uno studio dedicato alla relazione tra le proprietà terapeutiche della cannabis e il trattamento delle complicanze legate alla contrazione del COVID-19. In particolare, sotto analisi sono le proprietà antinfiammatorie già universalmente riconosciute della sostanza, che potrebbero frenare la tempesta di citochine e prevenire le conseguenze più gravi stimolando la remissione della malattia.  

Dai dati emersi da questo studio, intitolato “Fighting the storm: could novel anti-TNFα and anti-IL-6 C. sativa cultivars tame cytokine storm in COVID-19?” e condotto utilizzando un tessuto artificiale del tutto simile a quello umano che è stato esposto ai raggi UV per causare l’infiammazione, è emerso che gli estratti di cannabis sativa erano in grado di equilibrare e di abbassare i livelli di TNFα, IL-6 e altre citochine responsabili dell’infiammazione. I dati sono stati ulteriormente confermati da altre analisi dedicate esclusivamente al contrasto della formazione di fibroblasti polmonari, il tessuto cicatriziale alla base della fibrosi.

A questo si aggiungono gli studi sui topi in situazioni che imitano il danno polmonare causato da ARDS e pubblicati sul Journal of Cellular and Molecular Medicine nell’ottobre 2020. Secondo queste ricerche il CBD sarebbe in grado di migliorare significativamente i livelli di ossigeno nel sangue e di invertire i danni causati dall’eccessiva crescita dei tessuti cicatriziali nei polmoni.

I risultati ora saranno seguiti da ulteriori studi che potrebbero portare all’aggiunta della cannabis e dei suoi componenti nei trattamenti anti-infiammatori per i pazienti affetti da COVID-19, oltre che per quelli affetti da altre condizioni reumatologiche o infiammatorie. 

Le novità da Israele 

In Israele, uno dei primi paesi a essere tornato alla quasi totale normalità dopo lo scoppio della pandemia, gli studi legati alle proprietà della cannabis e alla loro relazione con le conseguenze da infezione da COVID-19 non si fermano e sono guidati dalla STERO Biotechs, una startup specializzata in ricerca e sviluppo.

Secondo le ultime analisi, la cannabis sarebbe utile soprattutto nelle fasi più avanzate della malattia, quando il sistema immunitario è ormai compromesso, mentre potrebbe svolgere un’azione contraria nelle fasi iniziali, quando rischierebbe di indebolire le risposte immunitarie, soprattutto nei pazienti immunodepressi. Diversa è invece la situazione in caso di terapie esclusivamente a base di CBD, che potrebbe contribuire all’inibizione iniziale delle cellule virali.

I dati di Israele, al momento, provengono esclusivamente da studi in vitro e richiedono quindi ulteriori convalide e ulteriori studi clinici su larga scala.

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