Il referendum sulla cannabis non si farà: le motivazione della Corte Costituzionale e la replica del comitato promotore

Referendum sulla cannabis

La Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile il referendum sulla cannabis. Ecco i motivi che hanno portato alla decisione e la replica del comitato referendario.

I motivi dell’inammissibilità secondo la Corte Costituzionale 

Dopo aver bocciato il referendum sull’eutanasia e la proposta di responsabilità civile dei magistrati, la Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile anche il referendum sulla cannabis, arrivato alla corte dopo la storica raccolta firme che ha visto raggiungere soglia 500 mila adesioni a una sola settimana dal lancio e superare nei giorni suggessive le 600 mila. 

Ad annunciarlo il presidente della Consulta Giuliano Amato, che ha affermato che “Il referendum non era sulla cannabis, ma sulle sostanze stupefacenti. Il quesito è articolato in tre sotto quesiti e il primo prevede che scompaia tra le attività penalmente punite la coltivazione delle sostanze stupefacenti di cui alle tabelle 1 e 3, che non includono neppure la cannabis ma includono il papavero, la coca, le cosiddette droghe pesanti. Già questo sarebbe sufficiente a farci violare obblighi internazionali”.

La correlazione tra droghe leggere e droghe pesanti, però, era già stata affrontata anche dallo stesso comitato referendario espressosi in merito alle fake news in circolazione sul referendum ed è solo uno dei punti che hanno suscitato le polemiche da parte i promotori del comitato referendario e tra i sostenitori del referendum. 

La replica del comitato referendario 

Tra le voci che si sono fatte sentire dopo la decisione presa dalla Corte Costituzionale c’è innanzitutto quella di Marco Cappato, in prima linea con l’Associazione Luca Coscioni e parte del comitato referendario, che sul suo profilo Twitter ha scritto:

“Giuliano Amato ha affermato il falso dicendo che il #referendum non toccherebbe la tabella che riguarda la #cannabis. Non sono stati nemmeno in grado di connettere correttamente i commi della legge sulle droghe. Un errore materiale che cancella il referendum”. E ancora: “non c’è stato errore da parte del comitato promotore nella formulazione del quesito considerato che quelle condotte non fanno riferimento solo alla tabella 1 ma anche alle 2 e 4. A seguito della dichiarazione di incostituzionalità dell’art. 4-bis, D.L. 30 dicembre 2005, n. 272”. 

A confermare quanto detto da Cappato anche Marco Perduca, che attraverso una nota ha affermato:

“Non c’è stato alcun errore nella formulazione del quesito. Le motivazioni addotte dal presidente Amato e le modalità scelte per la comunicazione sono intollerabili. Il quesito non viola nessuna convenzione internazionale, tanto è vero che la coltivazione è stata decriminalizzata da molti Paesi, ultimo tra questi Malta. Il riferimento del presidente alle tabelle è fattualmente errato, dall’anno della bocciatura della Legge Fini-Giovanardi (2014) il comma 4 è tornato a riferirsi alle condotte del comma 1, comprendendo così la cannabis. La scelta è quindi tecnicamente ignorante ed esposta con tipico linguaggio da convegno proibizionista”.

Il comitato referendario si è inoltre espresso sul sito Referendumcannabis.it, dove è possibile leggere una lunga replica nella quale vengono spiegati, punto per punto, gli errori commessi dalla Corte Costituzionale.

A esprimersi sul tema anche Fabiana Dadone, ministra delle Politiche giovanili, che sul suo sito ha scritto:

“Dispiace prendere atto del fatto che due questioni, che evidentemente scuotono le sensibilità dei singoli cittadini forse anche più dei quesiti sulla giustizia, non siano state ammesse al voto referendario. Resta chiara la richiesta dei cittadini di intervenire su certi temi. Il Parlamento ha l’occasione di cogliere questo momento storico sanando una frattura, innegabile, tra istituzioni e voce del popolo.”